CIM: una storia lunga tre secoli

L’inizio

L’incipit di questa lunga storia creativa a vocazione artigianale avvenne tra le mura del Monastero di San Vittore, il grande e potente cenobio benedettino femminile che per un millennio governò (Iurisdictio civilis et criminalis) la città di Meda, la cui nascita e sviluppo economico e civile si deve.
Al servizio delle Monache lavoravano già diverse botteghe atte alla costruzione e riparazione degli arredi e dei manufatti, ma è con Maria Teresa d’Austria che si aprirono nuovi orizzonti. La soppressione dell’“Università dei legnamari” nel 1773 fu la premessa essenziale per lo sviluppo dell’artigianato e dei traffici.
Questa corporazione difendeva rigidamente gli interessi dei maestri immatricolati e controllava pure l’introduzione in Milano di merci provenienti dell’esterno. La sovrana, spezzando questi vincoli secolari e corporativi, sopprimendo dogane, moderando dazi, creò condizioni favorevoli all’economia, allo sviluppo del libero mercato. Nell’ultimo quarto del secolo illuminista si registra la presenza nel mercato milanese di due apprezzate botteghe medesi atte alle costruzioni di mobili: la “Vermondo Cimnaghi” e la “Giovanni Battista Cimnaghi”. Maestri del legno che si fecero apprezzare per la capacità, a quel tempo rara, di creare un prodotto finito. Era norma che il piccolo artigiano, alternando i lavori della campagna, in una parte della stalla o della cucina trasformata in bottega, fabbricasse la sedia o il mobile grezzo su richiesta di commercianti milanesi. Le botteghe Cimnaghi, lavorando “su misura” al servizio di architetti, erano specializzati nella quadratura e nell’assemblaggio della struttura di base, ma anche nel compimento e completamento del prodotto, con tanto di certificazione mediante la loro firma per esteso.

L’antico centro storico medese nel 1732. In primo piano la chiesa esterna di San Vittore, parte del Monastero benedettino.
(Da un pastello presso la famiglia Vismara)

Il cassettone intarsiato

Lo schienale del cassettone che reca la firma dell’artigiano: «Meda – 1788 – Li 23 agosto – Vermondo Cimnagi Fabricatori di Fa Legname».

La certificazione del prodotto

Andrea Bardelli nel suo articolo “Un cassettone neoclassico firmato Cimnaghi” così informa:
«Da una collezione privata della Bassa Lombarda è emerso recentemente un cassettone neoclassico all’interno del quale compaiono varie iscrizioni di grande interesse che consentono di determinarne l’artefice, il luogo e la data di esecuzione. La più interessante, scritta a penna all’interno dello schienale, dice: “Meda – 1788 – Li 23 agosto Vermondo Cimnagi Fabricatori di Fa Legname”. A parte la curiosità quasi “etimologica” del termine falegname, la scritta indica che il mobile è stato costruito a Meda, da una ditta facente capo a certo Vermondo Cimnagi».
Bardelli giustamente riconduce l’artigiano ad un avo di Osvaldo Cimnaghi che “è tuttora attivo con il suo mobilificio che fabbrica soprattutto salotti” e da esperto conoscitore del restauro e degli stili del mobile aggiunge alcune considerazioni di valore:
«La prima delle quali riguarda la costruzione. Il mobile presenta uno schienale costruito con assi inserite in apposite fresature (dette “canaletti”), praticate lungo i montanti, anziché con assi inchiodate a battuta nelle spessore dei fianchi. Ciò dimostra che questa costruzione è in voga già alla fine del Settecento – ne fa fede la data – mentre si è in genere portati a considerarla una caratteristica dei mobili neoclassici più tardi, ossia costruiti dopo il 1800.
La seconda considerazione riguarda il decoro intarsiato. Il mobile è indubbiamente neoclassico e lo è anche il decoro. Tuttavia, il due elementi floreali terminanti con alcuni petali che si fronteggiano sulla fronte del cassetto possono costituire, a mio avviso, una citazione dei canterani lombardi dell’inizio del Settecento, a significare la fedeltà a una tenace tradizione locale».

Felice Asnaghi, storico medese, in un suo articolo così scrive:
«Nell’aprile 1996, ricevetti una telefonata dal signor Luigi Ballerio, restauratore di mobili che mi chiedeva notizie di un certo Giò Batta Cimnagi. Il nome era scritto in vernice sul retro di un antico e malmesso cassettone consegnato da un cliente per essere restaurato. Poi nel 1997 ebbi l’opportunità di vedere il cassettone settecentesco completamente restaurato e riportato al suo splendore originario».
L’Asnaghi a questo punto descrive il cassettone:
«È intarsiato, stile lombardo, i cassetti sono coperti da una spessa lastra di noce nazionale con ornamenti in bois de rose, al centro un disegno decorativo in legno bosso (legno giallo); spiccano i pomelli originali di bronzo. Il coperchio ripropone il fondo di noce scura, la riquadratura in bois de rose, con al centro un rosone. Il cassettone è poi finito con una lucidatura a tampone. Sul retro c’è una scritta con la stessa vernice: Meda lì 6 settembre 1790 – Giò Batta Cimnagi». (Medinforma, ottobre 1997, Cronaca di un cassettone del ‘700).

I due manufatti testimoniano come nelle due botteghe Cimnaghi il ciclo di lavorazione del legno sia completo: dalla costruzione alla rifinitura del mobile.
Il piano in massello, i fianchi e i frontali dei cassetti sono stati impiallacciati ossia rivestiti con sottilissime sfoglie di legno di noce, mogano e radica.
È seguita l’intarsiatura che propone decorazioni floreali. In pratica sono fogli di impiallacciatura uniti con colla di pesce spalmata su carta, vengono traforati e all’interno dell’incisione vengono connessi i tasselli di piallaccio di diversi colori e sfumature procurate mediante immersione in sabbia ardente.
I piedini di uno dei due cassettoni sono rigati, segno di un primitivo abbozzo di intaglio.
La lucidatura a vernice o a cera è eseguita a tampone, infine sono state montate le ferramenta (accessori in metallo: pomoli, serrature, bocchette e chiavi).

Il cassettone dopo il restauro.

La scritta sul fondo del cassettone: «Meda lì 6 settembre 1790 – Giò Batta Cimnagi».

Carta intestata ditta “Cimnaghi Giovanni & Figli”.

La specializzazione nella rifinitura del mobile

Già nella seconda metà dell’Ottocento la vicinanza e la relativa facilità di comunicazione su strada e su rotaia con la grande Milano, da sempre motore dell’economia lombarda e italiana, ha sviluppato e potenziato il trasporto dei manufatti sul territorio brianteo. Cosicché lungo la fascia territoriale tra Lissone e Cantù, che aveva come epicentro Meda ma che comprendeva anche i comuni di Varedo, Seveso, Bovisio, Cesano Maderno, Seregno, Desio , Giussano, Carugo, Arosio, Mariano Comense, si assisté al pullulare di una miriade di botteghe artigiane e piccole-medie imprese che trasformarono la Brianza nel più importante distretto del mobile italiano che soddisfaceva e tuttora in parte soddisfa il fabbisogno dell’arredamento nazionale e soprattutto il mercato internazionale.

Botteghe artigiane che dalla generica falegnameria, cominciarono a specializzarsi nelle varie attività di rifinitura del mobile e dell’arredamento. Questa innovazione interessò la nuova generazione artigiana dei Cimnaghi che investì nella meccanizzazione del lavoro: la “Cimnaghi Giovanni & Figli” sita agli inizi dell’attuale via Como fu attiva in tutta la prima metà del secolo scorso. Era una segheria meccanica all’avanguardia per i tempi e per questo gli artigiani della zona che, operavano ancora con strumenti a mano, vi si rivolgevano per ritagliare dalle tavole di legno, con la moderna “sega circolare”, i vari pezzi da assemblare. La stessa ditta produceva in serie mobili e sedie d’arte moderna, disponeva di un deposito di legnami d’opera a Milano e negli anni Trenta del secolo scorso intratteneva rapporti commerciali con l’America, dove venivano spedite coi bastimenti le poltroncine intagliate, oltre ai divani. L’azienda era costituita da una decina di operai e i tre figli di Giovanni (classe 1846) si erano divisi i compiti: Carlo, il maggiore (classe 1876), controllava l’arrivo dei catasti di legname, ne seguiva la stagionatura e l’utilizzo; Enrico (classe 1879) era in bottega responsabile della produzione; Antonio (classe 1886) era in ufficio e curava l’amministrazione.

Il secondo dopoguerra e la nuova frontiera dell’imbottito

Con il secondo dopoguerra si creò un connubio tra l’industria del legno e la ricerca legata all’innovazione, si valorizzò sia la capacità manuale, sia la managerialità aziendale, dando ampio spazio alla fantasia artistica degli architetti milanesi che diedero vita alla stagione del “design made in Italy”. Questo fenomeno interessò inizialmente le grandi industrie locali del mobile, poi attraverso il lavoro conto terzi, si diffuse a macchia d’olio in tutto il comparto mobiliero medese. Per l’azienda Cimnaghi la nuova frontiera fu la produzione specializzata nell’imbottitura e rifinitura di salotti, attraverso l’uso di vari materiali (stoffe, pelli, e altro) a cui si aggiunse il taglio e la messa in opera di tendaggi e tappezzerie di interni ed il confezionamento di materassi e guanciali non solo di lana ma con nuovi prodotti che il mercato metteva a disposizione.
Il figlio di Giovanni, Enrico (classe 1879), dopo la morte del padre si mise in proprio e aprì una bottega in via Como di tappezziere in stoffa con i suoi figli Giuseppe (classe 1904), Celestino (classe 1908), Lodovico (1910), Aldo (1912), Alessandro (1918), Ezio (1926) e Claudio (1927) che, nel frattempo, perfezionò le sue conoscenze tecniche frequentando il corso serale di tre anni della scuola professionale per tappezzieri ATISEA (Associazione Tappezzieri in Stoffa ed Affini) di Milano già Società di Mutuo Soccorso fondata nel 1860.
La “Cimnaghi Enrico” cominciò a imbottire salotti prima che scoppiasse la guerra e raggiunse il culmine negli anni Cinquanta e Sessanta. All’interno dell’azienda venne creata un’officina che produceva divani chiamati “Svedesi” costituiti da telai in ferro e dotati di un meccanismo manuale che permetteva di alzare le gambe da sdraiati. Fu un manufatto moderno che fece scuola nel campo dell’arredamento.
La ditta già dal 1946 si era iscritta all’Unione Artigiani di Monza e Brianza e nei primi di settembre del 1947 partecipò alla seconda edizione della Mostra Artigiana Briantea (successivamente diventata MIA – Mostra Internazionale Arredamenti) assieme a 180 espositori, tra cui una quarantina di aziende artigiane medesi. La rassegna venne inaugurata dall’on. Umberto Terracini, presidente della Costituente e padre nobile della Costituzione, in Villa Reale a Monza. In questa circostanza Enrico Cimnaghi ricevette il “diploma d’onore” per aver creato il “Salotto più bello” in stile.

Settembre 1947, Villa Reale, Monza. Diploma d’onore consegnato ad Enrico Cimnaghi dal presidente dell’Unione Artigiani Monza e Brianza Gatti comm. Luigi in occasione della Mostra Artigiana Briantea del 1947.

Le maestranze della ditta “Enrico Cimnaghi negli anni Sessanta del secolo scorso.

Ditta individuale “Cimnaghi Osvaldo”.

Nello e Fabio Cimnaghi.

1973, nasce la CIM di Osvaldo Cimnaghi

I fratelli Alessandro, Ezio e Claudio nell’immediato dopoguerra lasciarono l’azienda famigliare per mettersi in proprio. Alessandro ed Ezio continuarono la produzione di salotti, mentre Claudio aprì un negozio a Como di arredamento.

Partendo da quel laboratorio artigiano, in grado di precorrere i tempi ed impegnato nella produzione di modelli in stile barocco, classico e moderno, l’azienda ha cambiato diverse volte ragione sociale, mantenendo sempre centrale il nome della famiglia, fino ad arrivare all’attuale “CIM Fabbrica Salotti”, fondata da Osvaldo, chiamato da tutti Nello (classe 1951), insieme al padre Ezio ed alla madre Dina Cappelletti. Inizialmente, nel 1973, la nuova ditta aveva la sua sede e ragione sociale nella precedente bottega di famiglia, poi, alla CIM. Nel 1993, Nello Cimnaghi acquista un capannone industriale in via San Giorgio che, nell’anno 2000, ristruttura, innalza di due piani e ne ricava spazio per la produzione, per lo showroom, incrementando la vendita al pubblico.

La Mission di Fabio Cimnaghi

La famiglia è uno dei grandi valori per CIM, patrimonio importante di risorse, stimoli e conoscenze: le radici consentono di guardare all’avvenire. Senza la consapevolezza della propria storia non si possono immaginare scenari futuri. Ad oggi, la chiave del successo dell’azienda rimane l’impegno profuso nella soddisfazione del cliente, grazie alla dedizione di una forza lavoro storica, formata da tappezzieri esperti e preparati ed alla selezione di materiali di alta qualità, forniti da aziende manifatturiere della zona, con le quali si collabora da oltre cinquanta anni.
La passione e l’intuizione della famiglia Cimnaghi hanno permesso all’azienda di precorrere i decenni, ampliando sempre più la sua offerta, con divani dal design moderno e classico in linea con le tendenze del momento.

Con la nuova generazione, rappresentata da Fabio Cimnaghi, l’azienda comprende l’importanza di aprirsi a nuovi mercati, sbarcando sul web e varcando sempre più i confini nazionali. L’esperienza nella creazione di imbottiti su misura e su disegno e la versatilità dell’azienda ha così permesso a CIM di essere scelta da diversi studi di architettura nazionali ed internazionali per la realizzazione di svariate commesse ed allestimenti in Europa, America, Asia e Australia.

CIM: una storia che continua ad ispirare, a creare e a stupire, grazie alla passione ed alla dedizione presenti nel DNA di una famiglia che, da cinque generazioni, ha fatto della soddisfazione del cliente la propria missione, che gode di radici solide, di semplici e genuini valori e si prodiga per dare un’anima ad ogni singola creazione, unica e personalizzata in qualunque dettaglio.

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